Nel 1965 un’inchiesta svolta nelle università americane in cui si chiedeva chi fosse il personaggio più notevole del momento vide ai primi tre posti John Kennedy, Fidel Castro e Bob Dylan e poco tempo dopo il “New York Times” in una pagina dedicata ai nuovi intellettuali americani uscì col titolo “Bob Dylan è l’erede di Faulkner e di Hemingway?”.

Spesso si sente associare la parola poeta al nome di un cantautore, il più delle volte si scopre che questa definizione è intesa nel suo significato più superficiale, cioè la capacità di creare immagini poetiche, che insieme a una musica orecchiabile risvegliano nell’ascoltatore un’emozione. Nel caso di Bob Dylan il discorso è più complesso, non stiamo parlando di un semplice cantante che ha scritto buoni testi e venduto milioni di dischi; siamo di fronte a un ragazzo che a sedici anni scappò dalla sua casa nel grigiore del Midwest per visitare Woodie Guthrie, icona del folk, nel New Jersey; che a vent’anni vagava per New York dormendo nelle stazioni della subway e cantando nel Village, che è stato il profeta del più grande movimento giovanile del ventesimo secolo senza mai realmente farne parte. Ginsberg gli dedicò una poesia e non è difficile trovare nei testi di Dylan l’influenza della beat generation e di tanta letteratura americana: Whitman, Thoreau, Melville, Eliot e Pound, per citarne alcuni. Si è parlato a lungo di una sua candidatura al nobel, suscitando opinioni contrastanti e riportando alla luce la vecchia disputa: può la musica “leggera” ambire a un posto di rilievo nell’élite non solo della musica, ma anche della letteratura?