13 Dicembre 2007
È difficile parlare di Bartleby, lo scrivano che rinuncia a scrivere e resta immobile davanti a un muro, che ad ogni richiesta oppone la ferma risposta “avrei preferenza di no”, che appare risoluto e pacato, come se quella fosse l’unica risposta esistente, a qualsiasi domanda. Sono convinto che il mistero si manifesti sempre non appena si cerca di spiegare qualcosa, e così succede anche con Bartleby, cosa voleva dire Melville con questa risposta laconica, esasperante, formale e cortese, dietro cui si cela una trasparenza irraggiungibile e un netto rifiuto. Pensare a un rifiuto sembra essere la strada più semplice, ma rifiuto di cosa? Rifiuto della nuova società americana, dell’individualismo che ha ben presto catalogato l’individuo come oggetto annullandolo di fatto come individuo, riducendolo a parte del meccanismo; rifiuto di scrivere, di fronte all’impossibilità della parola di spogliarsi del suo carattere simbolico ed entrare nella realtà pura; rifiuto del bisogno di affermazione, attraverso il patetico tentativo di scrivere per affermare se stessi e prendere coscienza che soltanto quando si rinuncia ad affermare se stessi si può cominciare davvero a scrivere… e a vivere?
Ma già il fatto che Bartleby neghi qualsiasi cosa, chiudendosi nella sua inerzia, con una affermazione I would prefer not to, ci potrebbe indurre a pensare che la sua apparente negazione assoluta, l’assioma “tutto è inutile”, non siano altro che una considerazione errata. Perché Bartleby non nega, ma afferma, e non dietro, ma nell’affermazione stessa si cela il significato, che fa crollare miseramente tutta la società fondata sull’utilitarismo e risveglia l’individuo a se stesso e alla sua naturalezza primordiale. Per certi versi Bartleby sembra pronunciare un indecifrabile koan che sarebbe potuto uscire dalla bocca di un maestro Zen, perché proprio quando cerchiamo di afferrarlo e risolverlo razionalmente esso ci sfugge. Forse era proprio questo l’intento di Melville, e infatti il racconto termina con un sospiro che può essere di sollievo, o di soddisfazione, quando conclude dicendo “Ah Bartleby! Ah umanità!” è come se dicesse il suo Eureka.
Bartleby lo scrivano – Herman Melville.
Consiglio l’edizione Feltrinelli che presenta la traduzione e l’introduzione di Gianni Celati, e una raccolta di lettere di Melville.