Dicembre 2007


È difficile parlare di Bartleby, lo scrivano che rinuncia a scrivere e resta immobile davanti a un muro, che ad ogni richiesta oppone la ferma risposta “avrei preferenza di no”, che appare risoluto e pacato, come se quella fosse l’unica risposta esistente, a qualsiasi domanda. Sono convinto che il mistero si manifesti sempre non appena si cerca di spiegare qualcosa, e così succede anche con Bartleby, cosa voleva dire Melville con questa risposta laconica, esasperante, formale e cortese, dietro cui si cela una trasparenza irraggiungibile e un netto rifiuto. Pensare a un rifiuto sembra essere la strada più semplice, ma rifiuto di cosa? Rifiuto della nuova società americana, dell’individualismo che ha ben presto catalogato l’individuo come oggetto annullandolo di fatto come individuo, riducendolo a parte del meccanismo; rifiuto di scrivere, di fronte all’impossibilità della parola di spogliarsi del suo carattere simbolico ed entrare nella realtà pura; rifiuto del bisogno di affermazione, attraverso il patetico tentativo di scrivere per affermare se stessi e prendere coscienza che soltanto quando si rinuncia ad affermare se stessi si può cominciare davvero a scrivere… e a vivere?

Ma già il fatto che Bartleby neghi qualsiasi cosa, chiudendosi nella sua inerzia, con una affermazione I would prefer not to, ci potrebbe indurre a pensare che la sua apparente negazione assoluta, l’assioma “tutto è inutile”, non siano altro che una considerazione errata. Perché Bartleby non nega, ma afferma, e non dietro, ma nell’affermazione stessa si cela il significato, che fa crollare miseramente tutta la società fondata sull’utilitarismo e risveglia l’individuo a se stesso e alla sua naturalezza primordiale. Per certi versi Bartleby sembra pronunciare un indecifrabile koan che sarebbe potuto uscire dalla bocca di un maestro Zen, perché proprio quando cerchiamo di afferrarlo e risolverlo razionalmente esso ci sfugge. Forse era proprio questo l’intento di Melville, e infatti il racconto termina con un sospiro che può essere di sollievo, o di soddisfazione, quando conclude dicendo “Ah Bartleby! Ah umanità!” è come se dicesse il suo Eureka.

Bartleby lo scrivano – Herman Melville.

Consiglio l’edizione Feltrinelli che presenta la traduzione e l’introduzione di Gianni Celati, e una raccolta di lettere di Melville.

In seguito alle vicende legate alla sospensione del programma satirico Decameron di Daniele Luttazzi su la7, sul blog 7yearwinter si è raccontato della ormai celebre battuta su Ferrara in riferimento alle parole di un comico amercano, Bill Hicks. Le considerazioni pubblicate in rete rimbalzano sulla home page di Repubblica.it e di Libero, lasciando ad intendere che l’origine ultima della battuta rimanderebbe al citato comico statunitense.

Su Libero.it:

Già sentito - la Rete smaschera Luttazzi. La citazione su Ferrara copiata a un comico Usa

Su Repubblica.it: 

I blog smascherano Luttazzi,

“ha copiato da un comico USA”

Nel giro di poco tempo, attraverso un reindirizzamento del link ad opera del blog stesso, gli internauti delle versioni online dei quotidiani interessati nella vicenda concludono le proprie letture in un sito pornografico (come dal racconto di 7yearwinter che documenta il fatto).

Alle 19:42 del 12 dicembre l’agenzia Ansa diffonde nuovamente la notizia: titola

Stop Decameron,

è dibattito su blog

riprendendo ancora la vicenda della semicitazione ad opera del blog 7yearwinter che immancabilmente ritornerà a parlare poi della questione.

Il 12 dicembre il blogger scrive a Daniele Luttazzi per dissociarsi dalle associazioni citate da Libero e Repubblica.

Alle 11:26 di giovedì 13 dicembre exite.it ricostruisce la vicenda titolando:

Blogger beffa Repubblica,

Luttazzi lo applaude.

Anche Exite.it riporta la lettera scritta da Luttazzi al blogger:

Tranquillo, Buck! Sei bravissimo e sai di cosa parli. Quelli invece sono esperti nell’arte di intrafottere. Vediamo dove arrivano. Pensa però che figura ci fanno adesso Aldo Grasso & Co., prontissimi a sostenere, dall’alto della loro saggezza, che la mia non è satira. Neanche quella di Bill Hicks o di Rabelais? Il tuo detournement digitale è poi un colpo di genio. Complimenti!

Arriva la nave aerea, carica di viaggiatori, perché per aria il viaggio è più rapido che per mare.

Nel 1853, sulla rivista Historier, Hans Christian Andersen pubblica la fiaba Om Aartusinder (tradotta in italiano, Tra mille e mille anni). È il 1853. Immaginava che incomparabili viaggiatori provenienti dall’America avrebbero messo piede in tutto il mondo, il giovane scrittore danese, tra i più celebri autori di fiabe di tutti i tempi.

Sì, tra mille e mille anni traverseranno l’oceano a volo, sulle ali del vapore! I giovani abitatori dell’America verranno a visitare la vecchia Europa. Verranno per i monumenti e per le città in rovina, come noi oggi andiamo a vedere le meraviglie sgretolate dell’Asia.

Immaginava i velocissimi voli sopra gli oceani, immaginava che dopo mille e mille anni il tunnel sotto la Manica sarebbe stato completato. Più o meno, in fondo, mille anni si attese: la prima proposta risalirebbe al 1802, ma l’eurotunnel venne completato solo nel 1994, definitivamente.

- In Europa c’è molto da vedere! – dice il giovane americano. – E noi l’abbiamo vista in otto giorni…

H.C. Andersen, Fiabe, Einaudi, Torino 2005

morsa 

Già da tempo è attiva sul web la struttura sperimentale della SIC, ovvero, dicono loro, della Scrittura Industriale Collettiva, che si propone come

un metodo rivoluzionario di scrittura di gruppo. Ispirata ai principi di divisione del lavoro propri del fordismo, della bottega dell’arte rinascimentale e dell’industria del cinema, punta ad ottimizzare l’efficienza e l’efficacia di un gruppo di scrittura, portando alla composizione di testi organici ed eliminando i personalismi in nome della bontà dell’opera.

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Secondo gli autori impegnati nel progetto, il metodo della SIC nascerebbe dall’identificazione dei comuni ostacoli che si ritrovano a limitare la qualità delle opere di gruppo, offrendo

a chiunque gli strumenti per superarli. Crediamo che la scrittura collettiva abbia ancora da dare i suoi frutti migliori, sia per quanto riguarda i piccoli gruppi, sia per le grandi masse di persone.

Attraverso la comune individuazione di un soggetto, che presenti una completa schedatura di personaggi, tematiche e locazioni, ricerche contestuali relative a luoghi ed epoche storiche (che finiscono nel materiale preparatorio accumulato comunitariamente), un direttore artistico (che non ha la facoltà di interagire con documenti originali propri) si preoccupa di individuare gli spunti migliori e di integrarli perfettamente. Nella seconda fase, attraverso un percorso identico (secondo il quale ogni partecipante scriverà per intero la propria “versione dei fatti”),

il direttore artistico provvede alla stesura definitiva distillando il meglio.

Le possibilità di assunzione partecipazione pare siano notevoli.

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