Fu così che dopo Diavoli di Nuraiò (Il Maestrale) e Neropioggia (Garzanti), e dopo i dichiarati 5 anni di attesa, Flavio Soriga, nato ad Uta nella dimenticata provincia di Cagliari, nel 1975, tornò in libreria con Sardinia Blues. Bisognerebbe parlarne, perché, che piaccia o no, la strana sensazione nel leggere un romanzo Bompiani firmato a S’Archittu, per chi quelle spiagge non le ha semplicemente viste una sera di tanti anni fa nella cartolina ricevuta da lontano in una stanza di città, e certe sere di maggio le ha vissute come il Davide del romanzo, in un’isola che ha l’odore impossibile della terra bagnata e un cielo di rumori, più distante dai superhotel di un superagosto di un supermilionario russo, che piaccia o no, non è una sensazione da poco leggere un romanzo Bompiani ambientato nel Montiferru. Anche alla faccia delle recenti unioni dei comuni sulle quali tanto fanno peso e affidamento i politici locali, si direbbe; alla faccia della «Sardegna ancestrale di Salvatore Niffoi» o di «quella noir di Marcello Fois», come l’ha definita Lara Crinò sul Venerdì di Repubblica, o di «quella spagnoleggiante e malarica di Giorgio Todde». Perché Soriga «coglierebbe lo stordimento di questa gioventù azzerando gli stereotipi. E facendo del suo romanzo l’inno a un’altra Sardegna, distante anni luce dalla Costa Smeralda». Criticabile, generazionale, una storiella di poco conto: che fa ripensare agli anni ’90, a queste nostre vite di provincia da tempo un po’ ancestrali, misteriose, un po’ antiche, e adesso anche un po’ blues.