Pur non essendo incline a discutere di argomenti che vanno sotto la sgradevole voce di “attualità”, quello che è successo pochi giorni fa in Italia riguardo alla (mancata) presenza del Papa alla Sapienza merita di essere commentato, perché esula dal contesto della attualità che ci viene propinata dalla solfa quotidiana dei tiggì e perché ha connotazioni di carattere storico, etico, sociale e politico.

Senza andare a rispolverare Voltaire o Gandhi, mi sembra lapalissiano dichiarare che in uno stato democratico chiunque voglia esprimere, o sia invitato a esprimere un’opinione, debba avere il diritto di poterlo fare; allo stesso modo in cui chiunque deve potere avere facoltà di dissentire da una qualsivoglia opinione. Quello che mi preoccupa è che spesso chi reca la bandiera della tolleranza e della libertà, sia in realtà intollerante e ammetta soltanto la propria verità, relegando ogni parere avverso come: ipocrita, oscurantista, reazionario, baciapile, accompagnandolo con insulti e di fatto limitando, o in questo specifico caso negando, la libertà di coloro che la pensano diversamente.

C’è da dire che la presenza del Papa rivestiva dei significati che andavano al di là dell’oggetto del suo intervento, e per quanto riguarda gli studenti contrari più massimalisti bisogna ricordare anche che l’anarchia spesso è anarchica anche nei confronti di se stessa, specie quando è manifestata dagli studenti. Un’altra cosa, non è stata proprio un’idea brillante invitare il Papa in questa circostanza, se non altro per delle ragioni di convenienza, si sarebbe almeno evitato tutto questo, e tanti politici avrebbero potuto involontariamente usufruire di un’occasione per stare zitti.

Piuttosto, la ragione della mia preoccupazione sono le posizioni e le armi logore dei due schieramenti “ufficiali”. Da una parte la Scienza, seguita dalla solita scia di partiti liberal sempre pronti ad alzare gli scudi e ad affilare le lame. Dall’altra il Vaticano, con l’immancabile processione di pseudo-difensori di famiglia, istituzioni, vita, blablabla.

La posizione della Scienza presenta a parer mio molte falle, la più grande di tutte è che non si rende conto di essere reazionaria perlomeno quanto il Vaticano; nei secoli la Scienza, e soprattutto il positivismo e le sue degenerazioni, non è mai andata al di là del proprio naso. Per carità, non voglio rinnegare il valore della Scienza nello sviluppo della civiltà, quello che voglio sottolineare è il totale rifiuto della Scienza di rivedere se stessa e i propri metodi, che pure sono spesso incorsi in madornali errori. Dopo avere rinnegato i vecchi sistemi si è sempre affrettata a erigerne di nuovi, convinta che questi fossero le fondamenta di tutto, che alla fine avrebbero condotto a una risposta razionale e incontrovertibile. Ma era proprio lì l’errore, nel cercare di misurare tutto, senza chiedersi se il metro fosse esatto, e poi nell’elevare il metro a idolo, né più né meno di quello che avrebbe fatto la religione. Eppure ci sono stati Einstein, Godel, Wittgenstein, Russell, per esempio, che hanno aperto una breccia nel pensiero scientifico e razionale.

Per quanto riguarda il Vaticano, invece, mi stupisce (fino a un certo punto) allo stesso modo il suo atteggiamento sempre sulla difensiva, i suoi esponenti che polemizzano in tv come se fossero dei miseri deputati, come se appartenessero a un partito. Certo il Papa saggiamente ha fatto marcia indietro e ha cortesemente declinato l’invito, ma tutto intorno a lui non si capisce dove finisca l’etica e cominci la politica, mi chiedo cosa abbia la Chiesa da difendere, perché si comporti come se davvero stesse custodendo un possesso, un territorio, un vano potere materiale. Non mi riferisco ai tanti esponenti della Chiesa che conducono un’esistenza cristiana nel vero senso del termine, ma all’autorità istituzionale che annaspa nel fango della lotta politica italiana e in un rigurgito di idolatria vuota e aliena all’esperienza quotidiana.

Quando Gesù parlò dei poveri di spirito non si riferiva, come potrebbe sembrare oggi, a degli ingenui sciocchi, ma, come disse uno dei più grandi mistici cristiani, Meister Eckhart (nel suo sermone Beati pauperes spiritu, quia ipsorum est regnum coelorum) : « è un uomo povero quello che niente vuole, niente sa, niente ha ».

Nel Cristianesimo non c’è niente da difendere, niente da affermare, non c’è da contendere con nessuno. Il desiderio, la conoscenza (se fine a se stessa), il possesso, sono i primi ostacoli alla compassione e all’amore verso il prossimo, sono le radici dell’odio e del contendere.